Parrocchia santissima trasfigurazione
Arcidiocesi di
Oristano
Categoria: Approfondimenti
mercoledì 9 settembre 2015
Luciano Manicardi - Per una spiritualitą del quotidiano

 Il quotidiano come catastrofe

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,37-39). Prima di annegare nel diluvio, la generazione di Noè, stando al testo matteano, è annegata nella propria incoscienza, nella non vigilanza, nell’inconsapevolezza di ciò che si stava preparando. È annegata in un quotidiano divenuto orizzonte totalizzante e stordente, capace di intontire e inebetire, perché vissuto senza consapevolezza. Quella generazione non viene accusata di particolari malvagità, ma di non essersi resa conto di nulla, di non aver capito niente (non cognoverunt). La versione lucana dell’episodio aggiunge la dimensione del lavoro al quadro del quotidiano della generazione di Noè: “mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano” (Lc 17,28). Ovviamente, mangiare e bere, sposarsi e fare figli, commerciare e lavorare la terra, così come tutto ciò che costituisce l’ossatura della vita quotidiana, non è per nulla riprovevole. Tuttavia il testo interpella sulla possibilità di vivere senza vivere, di vivere senza sapere perché, di vivere in modo incosciente. Una simile vita, che è possibilità di ognuno sempre e non certo prerogativa della generazione noachica, si verifica quando ciò che viene vissuto esteriormente non viene rivissuto interiormente, quando ci si adagia sulla piattezza della cronaca e ci si sottrae al lavoro di profondità dell’interpretazione, quando ci si getta nelle braccia del demone della facilità e ci si rifiuta alla fatica di ciò che è difficile. Allora si vive come il figlio minore della parabola lucana: in modo insensato, lontano dalla salvezza (asótos: Lc 15,13), fuggendo da se stessi. Si vive fuori di sé, tanto che per ritrovare il bandolo della matassa della propria esistenza, il giovane della parabola dovrà “rientrare in sé” (Lc 15,17: in se reversus). Non è nella profondità che si annega, ma nella superficialità. La catastrofe di un’esistenza si può celare nelle pieghe apparentemente innocue del quotidiano. Vivere spiritualmente il quotidiano significa dunque essere presenti a se stessi, essere completamente in ciò che si fa, abitare le parole che si pronunciano, insomma, divenire consapevoli, o, per usare il linguaggio evangelico, essere vigilanti

Luciano Manicardi

 

(Continua nel pdf allegato)

 
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