Parrocchia santissima trasfigurazione
Arcidiocesi di
Oristano
Categoria: News
lunedì 31 luglio 2017
Un nome, due nomi...l'annosa questione dei nomi dei defunti nella Messa
Che cosa avrÓ pensato il Signore? La memoria dell'universalitÓ
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Da poco se ne sono andate. Sono due giovani mamme. S'è chiusa alle loro spalle la porta dell'ufficio parrocchiale. Ma sento che il loro caso non s'è chiuso dentro di me. Ho letto nei loro occhi come un'ombra di delusione. E quell'ombra mi perseguita. Ho detto loro che non potevo fare diversamente. La richiesta sembra piccola cosa. Ma la vita è fatta di piccole cose. Poi ti accorgi che proprio nelle piccole cose sono coinvolti significati che le trascendono, che hanno la possibilità di illuminarle o anche di intristirle.

Erano venute a chiedermi una cosa piccola: che nella Messa di quel sabato di ottobre si potesse ricordare il nome di una persona cara, deceduta da poco. E io a dire che per quella Messa già era stata assegnata un'intenzione, un nome. "Ma come?" -mi si obiettava- "Non è forse di tutti e per tutti la Messa?". E io a dire che sì, questa è la verità, ma che purtroppo ancora c'è gente che, se le aggiungi un nome a quello dei suoi cari, si sente come defraudata.

E aggiungevo che, dopo tutto, importante è che ogni nome sia detto nel segreto del cuore dentro la memoria del Cristo morto e risorto, confortati dalla certezza che Dio non cedrà mai alle nostre meschinità né mai accetterà di fare distinzioni tra i suoi figli. L'episodio è cronaca minore. E ora che ne scrivo, ho come l'impressione di parlare di cose che appartengono a problematiche di piccolo cabotaggio ecclesiastico. E forse non ne scriverei, se questa, come altre situazioni, non mi riproponessero perentoriamente un pensiero.

È un pensiero che spesso mi sorprende. A volte me ne sento ferito; ma poi mi succede di rimuoverlo, perché "ormai" -mi dico- "cose stanno così. Stanno da troppo tempo così". È un pensiero che mi prende davanti a tante -forse troppe- consuetudini del mondo cattolico, che troppo sbrigativamente diciamo cristiane. "Ma che cosa avrà pensato" -mi chiedo- "il Signore?". La domanda riguarda anche quel gesto, tra i più sacri cui siamo chiamati, la Messa, quel gesto cui Gesù ha legato la sua memoria vivente: "Fate questo in memoria di me".

Che cosa avrà pensato Gesù in quella lontana notte, quando nella stanza al piano superiore, rendendo grazie, spezzò il pane e disse: "È il mio corpo, offerto in sacrificio per voi"? Nella notte -notte del tradimento! - consegnava la vita, quasi dicesse: "Tra poco mi spezzeranno, come questo pane. Ricordate che in mezzo a voi sono stato come un pane spezzato". Consegnava un gesto, consegnava la vita, consegnava una memoria vivente e insieme un mandato.

Che cosa avrà pensato Gesù quella notte? Io non so se quella notte gli occhi del mio Signore, scrutando intensamente il futuro, avranno misurato anche la coltre di grette incrostazioni sotto cui noi avremmo avvilito l'incandescenza del pane spezzato. Lo posso immaginare e posso narrare a me stesso la forza, il coraggio, l'audacia di un Dio che si consegna a mani, capaci purtroppo di contaminare e di stravolgere il gesto della limpidezza estrema.

Se pensassimo a quegli occhi, a quel gesto nella notte -nella notte del tradimento- come potremmo più a lungo sostenere tradizioni di corto respiro, sotto cui andiamo soffocando il sogno di un Dio che si fa pane spezzato? Ma come è possibile? Come è possibile -mi chiedo- che proprio nel gesto che è memoria viva delle braccia allargate sulla Croce, memoria dell'abbattimento di ogni divisione e barriera, si venga a costruire disegni di appropriazione? "Questa Messa è mia; questa Messa è tua. Questa Messa è dei miei cari e non è dei tuoi. Questa Messa l'ho comandata, l'ho pagata (sic!) io. Quanto "viene" una Messa?".

E che cos'è questo mercato nel giardino della più trasparente gratuità? Non suona tutto ciò tradimento? E non suonerebbe al contrario limpida consonanza al desiderio di quella notte il costume di chi dicesse: "Faccia di tutto perché al nome dei miei cari si aggiunga una infinità d'altri nomi, perché appaia in tutto il suo splendore che Cristo è morto per noi e per la moltitudine"?

E come è possibile -mi chiedo- che in una chiesa -potrebbe essere la nostra, come potrebbe essere ogni altra chiesa- mentre si celebra la memoria del Signore nel pane spezzato e ognuno dovrebbe essere con gli occhi stupiti al gesto della tenerezza infinita, si vada, senza far caso, come se nulla accedesse, da un altare all'altro, accendendo ceri e candele, celebrando piccole devozioni, proprio mentre arde sulla mensa la grande devozione?

Nessuna luce, nessuna fiamma può ardere davanti al volto di Dio più intensamente di quella custodita, come fuoco che non si consuma, nel gesto della dedizione incondizionata del Figlio sulla Croce. E come è possibile -mi chiedo- usare una Messa, la memoria del pane spezzato, per celebrare noi stessi, per celebrare i nostri gruppi, per celebrare le nostre appartenenze? Proprio là dove vive il ricordo di un Dio, che ha svuotato se stesso, un Dio che non ha tenuto come suo privilegio -dirà Paolo- nemmeno la sua divinità.

O come d'altro canto -e a quale prezzo? - potrebbe essere legittimato un celebrare l'Eucaristia che fosse, in qualche misura, sospettoso della differenza dei volti, dei percorsi, delle ricerche; un celebrare dove si respirasse il disegno di una strisciante omogeneizzazione, dico là dove la profezia evocata non è certo la riduzione a un unico volto, ma la coralità dei volti? Profezia è che, pur essendo molti, in forza di quel pane spezzato, siamo un corpo solo.

Come è possibile celebrare il "particolare", là dove si accende la memoria dell'universalità? Come è possibile celebrare la "pretesa", là dove vive l'emozione del dono? Come è possibile celebrare l'ovvietà e l'immutabilità e l'immobilità, là dove si accede a un mistero che da ogni dove ci sorprende, mistero al quale nessuno di noi potrà mai strappare il suo segreto più profondo? È da adorare.

Le due mamme sono uscite. Dietro loro ho chiuso la porta. Ma il cuore mi invitava a trattenerle. Esse -lo so- ritorneranno: il loro cuore sopporta anche questa delusione. Rimaneva una luce nel loro guardarmi. Ma quanti -mi sto chiedendo- chiusa la porta, più non ritornano? Trent'anni fa Padre Giulio Bevilacqua diceva: "Vi sono lontani, perché assetati di una religione più alta e perché ribelli a ogni infantilismo religioso". Gli faceva eco il card. Montini: "I lontani sono spesso più esigenti che cattivi. Talora il loro anticlericalismo nasconde uno sdegnato rispetto per le cose sacre, che credono in noi avvilite…".

don Angelo
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